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Scienza VS Utenti: Popular Science elimina la possibilità di Commentare gli Articoli

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Sharra e ti sarà Sharrato! (Dal Social Vangelo secondo Mark 6:38-48)
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A volte ci riempiono di soddisfazioni, altre ci disturbano facendoci incazzare e rimanendo nella nostra testa per ore, altre ancora ci obbligano ad esporci e a dire la nostra.

Di cosa stiamo parlando? Dei commenti naturalmente!

Popular-Science-logo

Quelle brevi righe di testo poste sotto ad articoli, post o status, che ci permettono di far sentire la nostra voce all’autore del pezzo che commentiamo e agli altri suoi lettori. Importanti dunque per i lettori, ma altrettanto necessari per gli autori? Devono esserselo chiesto a Popular Science, autorevole rivista di divulgazione scientifica che il 24 settembre scorso ha chiuso i commenti ai post del proprio sito.

“Comments can be bad for science. That’s why, here at PopularScience.com, we’re shutting them off” – (I commenti possono essere negativi per la scienza. Questo è il motivo per cui, qui a PopularScience.com, li stiamo chiudendo)

è stata la risposta che si sono dati, come illustra un articolo firmato da Suzanne LaBarre ovviamente non commentabile. L’editor spiega come la decisione sia stata difficile soprattutto perché Popular Science è una rivista di 141 anni che ha sempre posto il dibattito intellettuale allo stesso livello della divulgazione scientifica.

“La colpa non è dei commentatori entusiasti – spiega LaBarre – che partecipano attivamente a questo dibattito argomentando le proprie tesi, ma dei troll e degli spamboat che non lasciano spazio alla discussione, disincentivando i lettori a scrivere le loro riflessioni.”

LaBarre inoltre rimanda ad un articolo del 2 marzo 2013 pubblicato dal New York Times, in  cui i due autori espongono i risultati di uno studio condotto, assieme ad altri tre colleghi, su 1183 partecipanti. Questi dovevano leggere un post di un blog fittizio, in cui venivano spiegati i potenziali rischi e benefici di un nuovo prodotto di tecnologia nanosilver. In seguito venivano fatti leggere i commenti riportati al di sotto del testo. A metà partecipanti furono mostrati commenti convincenti ma civili, sia pro che contro le nanotecnologie; all’altra metà, commenti maleducati e pieni di offese del tipo “se non vedi i vantaggi di utilizzare le nanotecnologie in questi tipi di prodotti, sei un idiota” o “Sei stupido se non stai pensando ai rischi per i pesci e gli altri animali e piante in acqua contaminata con l’argento”.

Sazanne LaBarre

Sazanne LaBarre

I risultati della ricerca facevano notare come i commenti incivili non solo polarizzavano l’attenzione del lettore, ma ne cambiavano l’opinione riguardo a ciò che aveva letto. In poche parole i commenti avrebbero assunto la stessa autorità di prove scientifiche e ricerche approfondite, modificando l’opinione del lettore. Inaccettabile per la scienza!

LaBarre ricostruisce poi un pensiero logico:

“If you carry out those results to their logical end–commenters shape public opinion; public opinion shapes public policy; public policy shapes how and whether and what research gets funded–you start to see why we feel compelled to hit the “off” switch.” (Se si portano questi risultati alla loro logica conclusione — i  commentatori influenzano la pubblica opinione; la pubblica opinione influenza la politica pubblica; la politica pubblica influenza se, come e dove la ricerca prende fondi — si inizia a capire perché ci sentiamo in dovere di premere il “tasto off”).

Poche ore dopo l’uscita dell’articolo, in rete è esploso il dibattito tra le maggiori testate giornalistiche del mondo anglosassone che hanno preso posizione in favore o contro la decisione di chiudere i commenti.

Alexandra Petri

Alexandra Petri

La prima è stata Alexandra Petri dal sito del Washington Post che con l’eloquente frase “End the comments! For civilization!They’re finally doing it.” battezza come vincente la scelta di Pop Science. Stranamente però, Petra conclude il pezzo con un destabilizzante “Let me know what you think in the comments”. Provocazione o tremendo lapsus?

Poche ore dopo risponde Mathew Ingram con un articolo che raccoglie le voci di quanti sostengono la necessità di provare a sistemare i commenti anziché eliminarli. Se i commenti sono un male per la Scienza, scrive Ingram, è un male anche quando la scienza salta a conclusioni (letteralmente “jump to conclusions” nel testo) basate su prove molto piccole. Inoltre diversi studi confermano come gli autori che tendono a moderare i commenti abbiano community più attive e ampie. Per finire Ingram rilancia un post del blog ufficiale di Youtube intitolato “We hear you: better commenting coming to Youtube”, in cui il motore di ricerca per video della Google spiega come cercherà di rendere migliore la fruizione da parte degli utenti. Le vie scelte da Youtube sono essenzialmente tre:

  1. Maggiore visibilità ai commenti “importanti”, ovvero postati dai creatori del video, da personalità popolari e dalle persone nelle cerchie del profilo Google+ legato all’utente.
  2. Possibilità di rendere le conversazioni pubbliche, riservate alle proprie cerchie o private.
  3. Nuove tools per la gestione dei commenti, anche prima che questi vengano postati.
old popular science

Vecchi numeri della rivista Popular Science

Alex Hern del Guardian riprende la questione e in un pezzo intitolato “Popular Science kills comments – while Youtube tries to fix them” mette a confronto i diversi approcci alla gestione dei commenti da parte di Popular Science e Youtube, oltre ad illustrare altri tentativi di risolvere la questione. Ad esempio quello dell’Huffington Post che chiede ai nuovi utenti la verifica della propria identità al momento della creazione di un account, sperando così di disincentivare i commenti volgari da parte delle persone.

L’argomento al centro di questo dibattito, comunque, è da tempo uno dei temi “caldi” dell’editoria online. Lo stesso New York Times, qualche tempo fa, ha deciso di lasciare la possibilità di commentare solo alcuni articoli.

In Italia si è invece assistito al tentativo, forse non proprio riuscito, fatto da corriere.it di migliorare la sezione commenti integrandola con faccine tipo smile per indicare l’umore degli utenti dopo la visione degli articoli. I risultati a volte grotteschi, in questo caso, non sono dovuti ai lettori.
Popular Science ha chiuso il dialogo diretto con i propri lettori, facendo una scelta di campo molto netta e forse impulsiva. Nessuna sperimentazione o innovazione ha trovato spazio. Inoltre, eliminare la possibilità di commentare sul sito non elimina i commenti e le conversazioni che semplicemente si sposteranno su altri contesti soprattutto social, questo semplicemente preserva la “pulizia” del prodotto editoriale su sito ma cancella con un colpo di mano lo spirito stesso del web, ovvero la conversazione. Popular Science sceglie così di ignorare il problema anzichè affrontarlo.

Solo il tempo ci dirà se tale decisione avrà ripercussioni o meno sulla popolarità del sito, ma comunque ciò che di questa storia lascia un sapore amaro è la constatazione che tra i primi a gettare la spugna, ci sia stato un importante sito di divulgazione scientifica. Ci si sarebbe forse aspettati un approccio diverso alla questione, improntato alla conoscenza del problema e al suo miglioramento, se non addirittura risoluzione.

Chissà se LaBarre ha letto il pezzo “Four Ways to Improve the Culture of Commenting”, uscito sul sito del New York Times proprio il giorno prima del suo articolo, per mano di Michael Erard.

Magari poteva iniziare proprio da qui.

photo credit: CHRISSPdotCOM via photopin cc

Sharra e ti sarà Sharrato! (Dal Social Vangelo secondo Mark 6:38-48)
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Dopo aver studiato Lettere e Scienze della Comunicazione tra Roma e Venezia entra nel campo della comunicazione digitale gestendo la campagna web-social di un importante festival musicale. Attualmente collabora con diverse associazioni culturali come social-media copy. Ama la letteratura ed il cinema, oltre a credere fermamente che il ritorno alla cultura sia l'unica via per far uscire l'Italia dal pantano.

Beati i Commentosi, perché troveranno Risposta! (Dal Social Vangelo secondo Mark 5,1-7,28)
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